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Occuparsi dell’affetto, il che significa trovarlo, renderlo tollerabile e porlo di nuovo nel suo contesto originario, è l’obiettivo di chi lavora con le psicosi e con il disagio psicologico in genere.
L’affetto è dunque il principio organizzatore nella psicosi. Come citava Jung, al di sotto delle fredde e razionali leggi dell’associazione delle idee, ve ne sono altre che si conformano di più ai bisogni della vita. Questa è la logica del sentimento.
Cito adesso una semplice metafora. Un tardo pomeriggio in una spiaggia di sabbia fine, quella che ti si appiccica addosso se leggermente umida. Una bambina. Il mare. Un tuffo nell’acqua fresca di Giugno. E subito si esce, con la salsedine addosso alla quale si aggiunge sulla pelle la sabbia fine. La bambina è infastidita, vuole lavarsi via di dosso sabbia e sale. Ma non ci sono docce.
L’unico modo per adattarsi a quella situazione è farsi una cosa sola con essa. Pelle, sabbia e sale.
Un’unica sensazione, prima di ogni fastidio. Non servono altre diagnosi. Ne basta una, quella che parte dal “contaminarsi” con certe emozioni, per poi trovarle, renderle tollerabili ed, infine, cercare di porle di nuovo nel loro contesto originario, che non è più “fisicamente” e “materialmente” lo stesso di prima, ma assume una nuova forma.
La sabbia ed il sale non saranno quindi più insopportabili per la bambina, se ella prende atto che essi ormai fanno parte di quella specifica esperienza di quel determinato momento presente che lei ha vissuto.
Vergogna, rabbia, perdita, orgoglio; cercare di riuscire a mettere l’emozione in prospettiva, alla ricerca della stabilità emozionale; col crescere della sicurezza e dell’autostima, cresce anche l’affettività.
La bambina adesso è più felice perché si vuole più bene, per come è potuta sentirsi “dopo”.
Per come si è potuta “scoprire”.
In modo “creativo”, a mano a mano che l’affetto insopportabile diventa sopportabile, a mano a mano che lo slancio terapeutico fa progredire la relazione terapeutica, la sofferenza per l’insolito si trasforma in un certo benessere riguardo al familiare. Non che non ci siano altre scoperte da fare, ma adesso tutto è più chiaro.
Il mondo “altro” diventa un elemento di contatto, non un “mostro” terrificante. Si sviluppa una nuova tolleranza.
Per una diagnosi dell’affetto, da cui partire.
Dott. Francesco Bocci
Psicologo, psicoterapeuta adleriano
Responsabile sede operativa di Brescia
